Cibo per cani e gatti: tutto ciò che devi sapere

cibo per cani

Nell’ambito industriale del cibo per cani e gatti, non è sempre facile fare la scelta giusta.

“Prima e dopo aver maneggiato alimenti, lavarsi le mani per 20 secondi con acqua corrente calda e sapone.

Dopo aver accarezzato, toccato, maneggiato o nutrito il tuo animale domestico e in particolare dopo il contatto con le feci, lavare le mani per 20 secondi.

Lavare le mani prima di preparare il proprio cibo.

Tenere lontani bambini e neonati dalle aree in cui dai da mangiare ai tuoi animali domestici. Mai consentire loro di mangiare o toccare cibo per animali domestici.”

Questo il contenuto di un video emesso dal sito governativo americano Food safety e ancora disponibile sui canali della FDA.

Cos’è la FDA?


Letteralmente “Food and Drug Administration”, è l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Esso dipende dal Dipartimento della salute e dei servizi umani degli Stati Uniti d’America

Sembra quasi di leggere delle raccomandazioni di utilizzo di un qualsiasi detersivo di casa!

E invece così non è.

Possibile che si parli davvero di quel cibo per cani e gatti “completo ed equilibrato al 100%”, dal costo non proprio irrilevante, raccomandato da veterinari, riviste del settore, allevatori e università veterinarie?

Possibile, anzi accertato!

Possibile che se do da mangiare quel cibo, devo poi lavarmi le mani addirittura dopo ogni volta che accarezzo il mio animale?

Possibile, anzi raccomandato!

Nello specifico le raccomandazioni riportate sono quanto veniva caldamente consigliato nel 2014 a seguito di una vera e propria epidemia di salmonellosi umana, causata dal pet food.

Un’epidemia che aveva colpito molte persone, tra cui diversi bambini.

Ma non consolarti leggendo l’anno e pensando che le cose ad oggi siano migliorate.

Non avrò parole di conforto e rassicurazione.

Tutt’altro, purtroppo!

Ti sto per condurre in un viaggio che fa paura, dove pare non esserci limite al peggio.

Solo per stomaci forti.

Dove ogni confine viene superato senza scrupoli! Una corsa all’oro, all’insegna del maggior guadagno con il minore sforzo.

Dove, cosa più triste, a pagarne le conseguenze sono individui che a noi umani si affidano o si offrono incondizionatamente.

Dove, cosa più meschina, viene fatto leva sull’amore profondo che proviamo per i nostri cani e gatti, facendoci diventare complici inconsapevoli di un teatro di morte, veleno e sofferenza!

Lo scandalo della salmonellosi del 2104 non è stato certo il primo tantomeno l’ultimo nel mondo del cibo per cani e gatti.

Basta anche solo scorrere velocemente la pagina di Truth about pet food , blog fondato, nel 2006, dall’avv. Susan Thixton, che da anni si occupa e si batte per la sicurezza alimentare dei nostri animali, in cui vengono costantemente elencati ed aggiornati tutti i richiami fatti dalla FDA.

Fa impressione che ogni anno, quasi ogni mese, ci sia un richiamo ufficiale.

L’ultimo, ad oggi (aprile 2020, mese durante il quale scrivo questo articolo), è del 25 marzo 2020.

I numerosi richiami, le raccomandazioni ci costringono a domandarci: se il cibo deve essere trattato alla pari di un detersivo, sarà davvero sano ed equilibrato? Se è pericoloso per me, come fa ad essere sicuro per il mio cane o gatto?

La domanda d’obbligo, insomma, è semplice:

Cosa c’è realmente dentro e dietro ad una crocchetta o ad una scatoletta?

La normativa ad oggi vigente è composta soprattutto da diversi regolamenti e raccomandazioni europee; tuttavia, nonostante le previsioni, ci sono aspetti fondamentali che non sono tanto regolamentati da renderne sempre facile ed immediata la loro reperibilità da parte dell’acquirente finale come:

  • la provenienza degli ingredienti
  • la freschezza e la digeribilità
  • la conservazione in fase di trasporto e la lavorazione

La provenienza: da dove arriva la materia prima? Informazione spesso non pervenuta!

In un sistema come quello delle multinazionali in cui l’azienda non è quasi mai il produttore, non è una cosa da poco non poter sempre sapere da dove arrivano i singoli ingredienti utilizzati e come sono stati prodotti.

Alle conseguenze a cui questo può portare ce lo insegna la vicenda della melamina, causa dello scandalo nel mondo pet food, avvenuto nel 2007.

Tutto ebbe inizio con una telefonata alla Menu Food Trust Incorporeted, azienda canadese, produttrice di cibo per cani e gatti e fornitore ufficiale di molte marche note del pet food.

“Il mio gatto dopo aver mangiato il vostro cibo è stato male!”

Questa la telefonata del proprietario preoccupato.

Fu questione di un attimo e le telefonate divennero sempre più numerose e allarmanti: sempre più cani e gatti stavano male, molti morivano o dovevano essere soppressi per danni letali ai reni.

La Menu Food Trust Incorporeted fu costretta a segnalare l’accaduto alla FDA e a comunicare la gravità della situazione alle multinazionali che riforniva.

Ma cosa era successo?

L’unico dato certo da cui partire era la decisione, che l’azienda aveva precedentemente preso, di cambiare fornitore di glutine di grano.

Il glutine di grano è un composto di proteine vegetali che viene utilizzato nel modo pet food per aumentare il contenuto proteico, senza dover ricorrere all’uso di vera e propria carne, il cui costo sarebbe davvero poco conveniente rispetto a quello del grano.

Tu penserai che il problema, all’epoca, sia stato questo: per risparmiare, anziché carne, hanno utilizzato cereali in quantità massicce. Troppe proteine vegetali!

In realtà a quel un danno se n’è aggiunto un altro, dalle conseguenze ancor più catastrofiche.

Anche il glutine di grano era, infatti, troppo costoso per i parametri di una multinazionale e per questo decisero di importarlo dall’Asia.

Nello specifico si rivolsero ad un’azienda cinese che, a sua volta, si riforniva da 25 fornitori diversi.

Il glutine veniva poi imbarcato e spedito dalla Cina attraverso una società che ufficialmente vendeva tessili: in questo modo ogni genere di controllo poteva essere eluso.

Quando finalmente questi controlli furono fatti, e cioè solo dopo due mesi dall’inizio dell’emergenza e dopo la morte di 8000 tra cani e gatti, senza contare il numero di quelli che non furono sottoposti ad autopsia, emerse che il contaminante era la melamina, in parole povere un derivato della plastica usa e getta.

Un-derivato-della-plastica-usa-e-getta. Hai letto bene!

Come può la plastica essere finita nel cibo per cani e gatti?

Un errore umano? No, una DECISIONE umana!

La melamina è una sostanza ricca di azoto e per questo, unita ad un suo derivato, l’acido cianurico, era stata aggiunta all’interno del glutine come additivo.

L’azoto è il parametro che viene analizzato e misurato all’interno del cibo industriale per determinare la quantità di proteine grezze presenti: più azoto ci sarà, più proteine ci saranno.

Più proteine ci saranno, più il cibo sarà di qualità.

Peccato che la misurazione dell’azoto sia un parametro puramente numerico che nulla dice circa la qualità di quelle proteine stesse.

Per questo motivo l’aggiunta della melamina: camuffare un cibo scadente e povero di proteine in un cibo dall’alto contenuto proteico attraverso l’utilizzo di sostanze inermi, dal punto di vista nutrizionale assolutamente insignificanti ed anzi altamente tossiche.

Melamina e acido cianurico infatti, portano, in poco tempo, alla formazione di cristalli nei reni, compromettendone definitivamente la funzionalità.

Questa vicenda all’epoca causò un grandissimo scandalo che portò addirittura alla condanna a morte di alcuni dei funzionari cinesi coinvolti, scandalo dovuto anche al fatto che la merce adulterata non fu ritirata dal mercato ma immessa in quello per allevamenti di maiali, polli e bovini, rientrando di fatto nella filiera alimentare umana.

Quel che è certo è che fu chiaro a tutti, da quel momento in avanti, come dietro a un marchio ci fosse un mondo ben lontano, anche geograficamente parlando, da quello dell’immaginario collettivo, costruito su azioni di marketing affinate nel tempo.

Nessun controllo, nessun interesse se non quello del maggior profitto al costo più basso.

Già anni prima vi erano stati altri episodi di contaminazione e prodotti adulterati, basti pensare alle contaminazioni per salmonella, aflatosssina e botulino del 1995, 2003 e 2005 ma nessuno di questi aveva avuto una portata tanto ampia!

Furono tantissimi, infatti, i marchi coinvolti e i prodotti di ogni fascia di prezzo, compresi quelli più costosi.

Ciò che maggiormente colpì fu scoprire che proprio quei cibi più costosi, i premium, venduti da diversi brand noti, avessero alle spalle un’altra azienda per lo più sconosciuta.

Il rapporto di fiducia e autorevolezza costruito nel tempo, con azioni di marketing mirate, stava vacillando.

Ma si sa: la memoria è corta e le cattive abitudini sono difficili a morire, specie se sono in gioco troppi interessi.

Per questo motivo, dopo il clamore iniziale, tutto, nel giro di poco, tornò alla “normalità”.

A dimostrarlo sono i numeri: il mercato del pet food industriale e di massa, dopo una inflazione iniziale, tornò ad essere uno dei pochi settori in costante crescita.

E neppure fu messa mano alle normative.

Del resto, poco sarebbe servito: se esporti materie prime, valgono le leggi vigenti del luogo di provenienza e produzione di queste.

Capisci, quindi, quanto sia importante poter conoscere la provenienza degli ingredienti e a che conseguenze può portare lasciare tutto nell’ombra?

Se non sei ancora del tutto convinto, allora ti basterà proseguire nella lettura.

Fai, però, attenzione prima di continuare: ti avevo avvisato che il viaggio sarebbe stato solo per stomaci forti!

Cani e gatti: un salto da fuori a dentro la ciotola!

Questa volta la storia è attuale, siamo in America, precisamente in Virginia.

È il 5 febbraio 2019 quando la FDA avvia un’indagine all’interno della Valley Proteins, una delle più grandi società americane impegnata nel riciclo di tutti gli scarti di origine animale (grasso e ossa, oli di cottura esausti, rifiuti di carne e pollame, etc..).

Questi scarti vengono lavorati e poi rivenduti in tutto il mondo ai produttori di alimenti per animali che li utilizzeranno come ingredienti nelle loro ricette (e già solo questo basterebbe per mettere in discussione il concetto di cibo sano e completo).

Come si può leggere nel sito, per stessa dichiarazione dell’azienda, la “Valley Proteins, Inc. è cresciuta fino a diventare una delle più grandi società di rendering negli Stati Uniti con diverse centinaia di milioni di dollari di vendite annuali. In media, la società attualmente elabora tre milioni di tonnellate di materie prime e produce ogni anno oltre un milione di tonnellate di ingredienti a valore aggiunto per alimenti per animali, commercializzati in tutto il mondo

L’indagine dell’FDA, terminata nell’aprile 2019 a seguito di un’ulteriore ispezione, ha un esito davvero tanto inaspettato quanto inquietante: tracce di pentobarbital all’interno dei grassi prodotti e poi rivenduti.

Pentobarbital: un barbiturico utilizzato per indurre l’anestesia o addirittura l’eutanasia, in veterinaria quanto in umana.

Lo stesso già usato per l’iniezione letale in alcuni casi di condanna a morte in America.

Sia chiaro: nessun animale da macello viene ucciso con l’uso di questi barbiturici.

E allora di chi sono quelle carcasse?

Escludendo gli animali da macello… restano solo gli animali da affezione!

Tutto ciò fa tremare e fa ricordare la terribile vicenda già avvenuta nel 2001, dove tracce di pentothal erano state trovate in diverse marche di pet food.

Allora le aziende coinvolte avevano tentato di giustificare l’accaduto parlando di animali provenienti da zoo e cavalli da affezione, finiti nel ciclo di lavorazione.

Ammesso che una tale spiegazione potesse rassicurare, di certo non convinse, tanto più che la pratica, di per sé LEGALE, di inserire gatti e cani morti nel cibo per animali domestici era già, allora, ampiamente battuta nella produzione di mangimi!

“Negli Stati Uniti, fino all’agosto 1997, circa il settantacinque percento del bestiame riceveva regolarmente sottoprodotti di origine animale: 36 scarti lavorati di ovini e bovini morti. I bovini venivano anche alimentati ogni anno con milioni di gatti e cani morti comprati dai rifugi per animali randagi.”

Questo è un estratto del libro di Eric Schlosser “Fast food nation: Il lato oscuro del cheeseburger globale” il quale specifica che “La Food and Drug Administration proibì queste pratiche dopo che in Gran Bretagna fu dimostrata la loro connessione con un ampio focolaio di encefalopatia spongiforme bovina (BSE), nota anche come “morbo della mucca pazza”, sebbene continui, però, ad ammettere l’uso di polli e cavalli per la produzione dei mangimi di animali erbivori per eccellenza quali sono i bovini.

Tornando al pet food, invece, un esempio fra tutti è quello della Sanimal Inc, ditta canadese, che, fino al giugno 2001, lavorava, ogni settimana, 18.200 kg di cani e gatti morti, trasformandoli nei suoi alimenti per animali domestici.

Questa pratica venne, poi, sospesa dall’azienda ma attenzione: solo per questioni di marketing!

It is a question of public image!” ha affermato Mario Couture, vicepresidente per gli acquisti di Sanimal.

Tornando ad oggi e mettendo da parte, ammesso che si riesca, il dubbio sconcertante su quali animali siano finiti nel ciclo di produzione ed il perché, resta il fatto che un barbiturico è in tutto e per tutto un ingrediente.

Un farmaco che non ha motivo di esserci, dalla prevedibile e pericolosa tossicità, la cui presenza prova che ad essere utilizzati siano stati animali potenzialmente da affezione ed oltretutto potenzialmente malati.

A differenza, però, di quanto avvenuto nel 2001, gli atteggiamenti delle parti coinvolte sono oggi diversi, come denunciato anche dall’Avv. Susan Thixton, in Truth about Pet Food !

Da un lato la Valley Proteins che a seguito delle ispezioni, difende il proprio operato affermando che il pentobarbital è” un inevitabile contaminante, non noto per presentare un rischio per la salute”

In parole più semplici, l’azienda afferma che è impossibile poter escludere questo barbiturico dal processo produttivo che sarà, quindi, inevitabilmente sempre presente, aggiungendo per altro che per questa sostanza specifica non vi sono ancora stati casi ed evidenze scientifiche che ne dimostrino la tossicità.

… Un po’ come dire, aspettiamo e vediamo cosa succede!

Dall’altro la FDA che non dirama prontamente nessun avviso di allerta ai consumatori, come invece era accaduto solo un anno prima, sempre per presenza di pentobarbital, con il caso della Smucker Company, lasciando adesso che sia la società stessa ad informare gli acquirenti, sotto forma di atto volontario, cosa, peraltro, non accaduta.

La FDA oltretutto attende mesi prima di emettere la lettera di avvertimento nei confronti dell’azienda (la lettera ha data 18 novembre 2019, l’ultima ispezione è avvenuta il 22 aprile 2019).

Il contenuto, inoltre, sembra confermare il dubbio di un drastico cambio di atteggiamento da parte dell’ente governativo americano!

Se nel caso simile della Smucker Company, la FDA aveva dichiarato che “qualsiasi rilevamento di pentobarbital negli alimenti per animali domestici costituisce una violazione della Federal Food, Drug and Cosmetic Act, adesso quasi ignora questa legge federale il cui contenuto è chiaro e inequivocabile: QUALSIASI alimento è adulterato (e quindi illegale) “ se è, in tutto o in parte, il prodotto di un animale malato o di un animale che è morto diversamente che per macellazione“.

Adesso l’ente governativo americano definisce il grasso prodotto dalla Valley Proteins come adulterato perché contiene “un nuovo farmaco animale non sicuro”. La non sicurezza è data solo dalla mancanza, ad oggi, di test e valutazioni specifiche che ne dimostrino una certa soglia di tolleranza.

Solo questione di determinare un valore standard di conformità del pentobarbital, dunque!

Un atteggiamento quasi di apertura…

Detto questo resta il fatto che allo stato attuale ancora non si sa dove siano finiti i prodotti adulterati e commercializzati in tutto il mondo dalla Valley Proteins.

Tu sai da dove arriva il grasso inserito nel cibo che offri ogni giorno al tuo cane o gatto?

Puoi essere sicuro che non sia quello?

Insomma, si potrebbe pensare che i produttori si siano lasciati prendere la mano dal concetto di “cibo completo” allargando fin troppo il significato di completezza!

Ad ulteriore conferma di questo, l’approvazione da parte sempre della FDA dell’uso nei cibi per animali domestici di:

È chiaro quindi come poter conoscere la provenienza degli ingredienti sia davvero fondamentale.

Altrettanto chiaro quanto sarebbe poco conveniente per le aziende produttrici coinvolte.

Se tu avessi la certezza di sapere che la tua crocchetta contiene carni di animali sottoposti ad eutanasia, potenzialmente malati, feci di uccelli, roditori, pesticidi, batteri, farmaci, quanto saresti disposto a pagare per averla?

Ma soprattutto quanto la vorresti?

Già solo questo basterebbe per capire perché negli ultimi anni quasi l’80% dei cani soffre di allergie, intolleranze, problemi intestinali, perdita del pelo, dermatiti…

E mi stupirei se così non fosse!

Probabilmente adesso ti starai chiedendo: ma se non posso fidarmi neppure degli organi di controllo, come faccio ad essere certo della qualità del cibo che do al mio cane o gatto?

L’unico modo è poter verificare con certezza la provenienza della materia prima.

Ti do una buona notizia: io ci sono riuscita non solo attraverso l’alimentazione casalinga ma anche grazie a una azienda che mi ha permesso di verificare di persona.

Tuttavia, la storia continua ed il viaggio non è ancora terminato….

Freschezza e digeribilità: mi è sembrato di vedere un gatto (e un cane) … ma magari sbaglio!

La freschezza

Il maggior guadagno al minor costo!”

Ormai è chiaro che questo è il motto più appropriato per descrivere la filosofia di molti marchi del mondo pet food, filosofia che esclude a priori il concetto di freschezza.

È il punto di partenza che guida tutto l’operato ed è il criterio di scelta della gran parte delle materie prime utilizzate, che rientrano sempre nella categoria degli scarti.

Di per sé l’idea di offrire scarti al proprio animale non è poi così insensata se pensiamo che fino a non moltissimi anni fa, si offrivano ai cani di casa gli avanzi delle nostre tavole.

Tuttavia, quegli avanzi non avevano nulla a che vedere con gli scarti riciclati ed usati da molte delle aziende del settore.

Abbiamo infatti visto, quali siano i parametri di qualità stabiliti e concessi per questi scarti da precise normative: alimenti scaduti e adulterati in tutti i peggiori modi possibili.

La qualità e quindi la freschezza dei prodotti sono però fondamentali in termini di salute e benessere.

Aspetto, questo, spesso ignorato per ogni componente del cibo industriale: è ignorato per le proteine, per i grassi ed anche per i cereali, che sono di frequente, come vedremo, il principale ingrediente presente, soprattutto nel secco.

Anche in questo caso, infatti, ad essere usati sono quei cereali non ritenuti idonei per l’alimentazione umana.

Sono quei cereali spesso contaminati da micotossine, funghi che, tramite il cereale, restano all’interno della crocchetta e sopravvivono anche alle alte temperature di lavorazione.

Salmonella, aflatossina, ocratossina sono solo alcune di queste micotossine e sono le principali cause di problemi al fegato, ai reni, all’apparato digerente, all’organismo nel suo complesso, problemi che non di rado sono sfociati in patologie tanto acute da determinare la morte dell’animale.

Forse ricorderai la puntata Troppa Trippa della trasmissione Report andata in oda qualche anno fa, che ha causato molto scalpore ed ha sollevato un gran polverone sul mondo dei cibi già pronti per animali domestici!

Proprio nel corso di quella puntata venne intervistata la ricercatrice Annie Leszkowicz che era stata incaricata di determinare la causa di morte di molti gatti provenienti da allevamenti francesi, che avevano in comune il fatto di essere stati nutriti con cibo industriale. La stessa situazione si era verificata anche in Italia, dove però gli animali morti non erano stati sottoposti ad autopsia.

Il risultato di queste analisi ha mostrato, senza ombra di dubbio, la stretta correlazione tra le micotossine trovate nei cereali contenuti nel cibo offerto a quei gatti ed il danneggiamento definitivo dei loro organi.

Questo ha inequivocabilmente sancito come un elevato tasso di micotossine possa portare alla morte dei nostri animali, a gravi malformazioni ma può anche agire sul lungo termine: dopo anni di assunzione di cibo contaminato l’organismo si indebolisce, gli organi vengono compromessi e il risultato finale spesso è una forma tumorale come può accadere con l’ocratossina alla quale il cane, in particolare, è molto sensibile e che può indurre, sul medio/lungo termine, il tumore al rene.

Come affermato anche dalla stessa Dr.ssa Leszkowicz, le leggi vigenti in materia, specie a livello europeo, determinano i livelli di fabbisogno dei diversi nutrienti contenuti nel pet food facendo riferimento agli animali da reddito, come i cavalli, i suini o i bovini. Per cani e gatti mancano delle apposite e specifiche indicazioni al riguardo!

Questo significa che il livello di tollerabilità di micotossine ammesso nel pet food si rifà a dei criteri di valutazione che riguardano un animale spesso anche cinque volte più grande di un cane o di un gatto. Una sproporzione tanto assurda da avere necessariamente delle conseguenze, a volte ineluttabili, sulla vita dei nostri amici a quattro zampe!

La digeribilità

A peggiorare lo scenario e a mettere sempre più in difficoltà l’organismo dei nostri animali, che vorremmo vivessero al meglio ed il più a lungo possibile, è anche il bilanciamento completamente errato dei nutrienti presenti, soprattutto nel secco.

Aldilà, infatti, delle miracolose e molteplici ricette sfornate da molte aziende, c’è un dato unico e incontrovertibile e cioè che il cane ed il gatto sono due animali che appartengono a una specie specifica: quella di animali carnivori e predatori.

Questo è un aspetto fondamentale che non dobbiamo mai dimenticarci soprattutto quando desideriamo rispondere correttamente alla domanda: come possiamo davvero rendere felice il nostro compagno a quattro zampe?

Sia che si tratti di scegliere le attività da proporgli o il cibo da offrirgli, non dobbiamo mai dimenticarci chi abbiamo davvero di fronte.

Di fronte abbiamo un animale che, per quanto a noi caro, ha dei bisogni specifici collegati alla specie a cui appartiene, diversa dalla nostra, ed il meglio per loro è la soddisfazione proprio di quei bisogni, anzitutto etologici e biologici.

Per quanto cane e gatto, nel corso del tempo, si siano sempre più adattati alla convivenza con noi umani ed al nostro stile di vita, la loro specie di appartenenza resta invariata.

Questo vale soprattutto per il cane più che per il gatto.

Se il gatto, infatti, è ancora oggi un carnivoro stretto, che per soddisfare le proprie esigenze nutrizionali ha bisogno necessariamente di tessuti animali, il cane è invece definito un carnivoro opportunista ovvero in grado di gestire componenti alimentari sia di origine animale che vegetale.

Tutto, però, sta nelle giuste quantità perché per quanto, morfologicamente parlando, un chihuahua o un carlino non ricordino affatto il loro antenato lupo, internamente il loro organismo è rimasto strutturato esattamente come quello del loro predecessore.

Questo significa che il loro corpo è fatto e creato per assumere principalmente carne.

Del resto, se cani e gatti vivessero ancora liberi in natura, il loro cibo prediletto, a prescindere dalla razza, sarebbe una preda, composta per circa il 70% da carne.

Carboidrati e fibre li assumerebbero principalmente attraverso lo stomaco e l’intestino delle prede stesse.

Aspetto non da poco che ben ci fa capire quelle che sarebbero le quantità corrette di questi componenti all’interno di un cibo realmente sano ed appropriato alla specie (quantità contenute rispetto alle proteine) e soprattutto ci fa capire che per essere del tutto assimilati e digeriti da animali carnivori, carboidrati e fibre dovrebbero essere predigeriti.

Stomaco ed intestino di cani e gatti, infatti, non sono strutturati per elaborare alimenti di questo tipo che hanno bisogno di lunghi tempi di processazione, specie se in grandi quantità.

Ed è proprio nella quantità che il cibo per cani e gatti maggiormente in circolazione eccede tanto da rendere spesso il cereale l’ingrediente principale.

In questo modo la digeribilità dell’alimento è compromessa e le conseguenze significative.

Ma andiamo per ordine.

Sei al supermercato, fai la spesa per tutta la famiglia e quindi anche per il tuo quadrupede.

Ora dimmi: cosa fai esattamente quando guardi gli scaffali e scegli cosa acquistare?

Sono certa che il tuo desiderio più grande sia quello di assicurargli il pasto migliore che ci sia.

A questo punto ti chiedo: hai girato il pacco, preso visione dell’etichetta e letto effettivamente gli ingredienti?

Lo ammetto: le etichette non sono facili da trovare, leggere e interpretare.

Le etichette, però, sono il primo strumento che abbiamo per sapere e quindi decidere consapevolmente.

Per questo è bene conoscere al meglio almeno i principi normativi basilari che disciplinano ciò che un’etichetta deve riportare e come.

Questo aspetto è talmente importante che ho realizzato dei video di approfondimento in modo da trasmetterti delle informazioni pronto uso che ti consentiranno di avere immediatamente degli strumenti molto efficaci per fare la scelta migliore.

Qui ti basti sapere che la legge stabilisce che, come anche in umana, i singoli ingredienti vengono riportati in ordine decrescente in base alla loro quantità, espressa in percentuale e su una base “tal quale” cioè in riferimento all’ingrediente così com’è, prima che venga lavorato (quindi essiccato come, per esempio, nel caso delle carni) ed inserito nella ricetta.

Per intenderci: se devo preparare una torta e devo scriverne la ricetta, indicherò gli ingredienti usati pesandoli uno ad uno, così come si presentano singolarmente, prima di metterli nella impastatrice e inizierò con quello che sarà presente maggiormente, per esempio farina 250 g, zucchero 200 g e così via, con l’unica differenza che nel caso dell’etichetta il peso è espresso in percentuale.

Il primo ingrediente sarà, quindi, quello più presente all’interno della ricetta: questo determina il fatto che se stiamo cercando un prodotto adatto a animali carnivori, il primo ingrediente dovrebbe essere la carne.

Tuttavia, leggendo con attenzione, ci si rende conto che spesso appaiono tantissimi cereali, riproposti più volte all’interno di una medesima etichetta, sotto forma di loro derivati.

Può capitare, per esempio, di ritrovare scritto mais, poco più avanti farina di mais e ancora glutine di mais oppure frumento e poi, ancora, farina di frumento.

Si tratta delle così dette famiglie di ingredienti.

Queste voci fanno tutte riferimento ad un unico alimento (nel primo esempio il mais e nel secondo il frumento), dalle medesime proprietà nutritive ma vengono elencati singolarmente, attraverso l’uso di derivati, perché se venissero trascritti in un’unica voce apparirebbe fin troppo evidente la realtà dei fatti e cioè che in quel dato cibo ci sono molti più cereali che carne.

Come anticipato, eccedere così tanto nella somministrazione di cereali ad un animale fatto e strutturato a livello organico per assumere prevalentemente carne, ha degli effetti deleteri in termini di digeribilità e quindi in termini di salute e prevenzione.

Sottoponiamo quotidianamente l’organismo ad un sovraccarico continuo, obblighiamo l’intestino, almeno cinque volte più corto rispetto a quello di un erbivoro, a gestire sostanze per definizione fermentescibili, che causano una dilatazione gastrica, principale fattore di rischio di torsione dello stomaco.

Apriamo la strada, inevitabilmente, all’insorgenza di problemi, anche acuti, a livello intestinale (dissenteria, vomito, etc..) ma anche a livello renale, provocando un’alterazione del ph delle urine ed agevolando l’insorgenza di calcoli.

Facilitiamo la nascita di allergie ed ipersensibilità, sovraccarichiamo il pancreas ed aumentiamo così di molto il rischio di diabete!

Insomma, gli effetti sono davvero molteplici ed avremo modo di approfondirli uno ad uno.

Attenzione, però, a non generalizzare: è vero che i carboidrati non sono strettamente necessari a cani e gatti, tuttavia non sono da demonizzare in toto.

Tutto sta nella giusta quantità e nella qualità degli stessi!

Perché quello che è certo è che non possiamo eludere ciò che la natura ha stabilito e cioè che un animale per star bene ed in salute deve mangiare ciò che per cui è stato creato.

Un’alimentazione realmente completa e bilanciata deve quindi partire dal considerare la specie che si ha di fronte e non tanto la razza.

E se per i canarini grano, miglio e frumento sono ottimali, di certo questo non vale per cani e gatti, predatori carnivori!

La conservazione in fase di trasporto e la lavorazione: sterilizzazione necessaria o azzeramento nutrizionale?

Come appena visto, materie prime di bassissima qualità e un bilanciamento dei componenti del cibo opposto a quello che sarebbe appropriato ad una specie carnivora, come quella di cane e gatto, sono di certo i primi fattori che mettono in difficoltà, anzitutto, il processo digestivo dei nostri animali, fino arrivare a compromettere ogni aspetto legato alla salute!

Del resto, è ormai chiaro quanto l’alimentazione sia a tutti gli effetti l’unico strumento col quale possiamo agire efficacemente sull’organismo in termini di salute, prevenzione e longevità: ciò che mangiamo ha degli effetti globali su tutto il nostro corpo ed anche sulla nostra mente.

Tutto questo vale anche per i nostri animali: le scelte che noi facciamo per loro, anche e soprattutto in questo ambito, hanno degli effetti diretti a livello fisico, psicofisico e comportamentale!

Nel momento in cui, quindi, dobbiamo decidere cosa offrire loro nella ciotola, sarà necessario anzitutto assicurarsi degli ingredienti usati, della qualità degli stessi e quindi della loro provenienza.

Tuttavia, anche il processo di lavorazione a cui questi stessi ingredienti vengono sottoposti gioca un ruolo fondamentale!

Anche grazie al maggior interesse di massa verso cuochi e ricette, è ormai noto a tutti, almeno ai più, il valore delle cotture lente, a bassa temperatura, soprattutto in termini di valore nutrizionale, specie se si parte da una materia prima di buona qualità.

Una cottura che gradualmente raggiunge la temperatura consona per un dato alimento, preserva e mantiene intatte le proprietà nutritive degli ingredienti usati!

E ancora una volta questo vale anche per il cibo di cani e gatti!

Lavorare adeguatamente e con rispetto una materia prima è un concetto universale, che vale sempre, qualsiasi sia la destinazione di quella stessa materia prima, sia che si tratti di un piatto stellato sia che si tratti di una ciotola.

Eppure, nonostante i costi di alcuni cibi pet food si avvicinino proporzionalmente a quelli di un menù stellato, le scelte fatte, anche in termini di lavorazione, da molte aziende sono lontane da tutto questo!

Mi spiego meglio: la temperatura a cui un dato alimento, destinato ad animali domestici, deve essere cotto è stabilita dalla legge, nello specifico da regolamenti CE, e corrisponde a 121°C.

Tuttavia, c’è una grande differenza nel sottoporre da subito gli ingredienti ad una temperatura tanto elevata o cuocerli sottovuoto, raggiungendola in modo graduale.

Seguendo questa seconda via, vitamine, amminoacidi, oligoelementi contenuti nei prodotti usati sono tutti preservati, diversamente verrebbero deteriorati.

La scelta, però, più seguita nella maggior parte dei casi, nel mondo del cibo per cani e gatti, è quella di una lavorazione da subito ad alte temperature, anzitutto per un discorso di risparmio di tempo: più in fretta si cuociono gli alimenti, più in fretta si lavora, più cibo potrò vendere!

In secondo luogo, non puntando affatto, come abbiamo visto, sulla qualità e la selezione degli ingredienti usati, si ha la necessità di assicurarsi una sterilizzazione efficace degli stessi.

Poco importa se nel corso della sterilizzazione ad essere azzerate siano anche quelle stesse proprietà nutritive tanto poi pubblicizzate ed indicate come garanzia di un cibo completo e ben bilanciato!

Poco importa perché tanto tutto ciò che viene perso, si può sempre riprodurre chimicamente ed aggiungere sotto forma di additivi!

Gli additivi nutrizionali di origine chimica, però, per la loro stessa natura artificiale non vengono assimilati in pieno dall’organismo: l’assimilazione e quindi la possibilità dell’organismo di utilizzarli, in altri termini la loro biodisponibilità, si aggira solo tra il 20% ed il 70%.

Oltretutto il dosaggio con cui vengono inseriti non è stabilito dalla legge in modo univoco e questo determina delle variazioni notevoli dei parametri di riferimento con effetti di non poco conto!

“È davvero pura fortuna se l’apporto [di questi additivi] e il loro rapporto reciproco si rivelano adatti alle esigenze di un cane in crescita!” ha affermato, già nel 1997, la Dr.ssa Ellen Kienzle dell’Università di Monaco nelle pubblicazioni del “Waltham Centre for Pet Nutrition”.

Già perché gli effetti più deleteri si riscontrano soprattutto nei cuccioli!

Come spiega bene, infatti, la Dr.ssa Jutta Ziegler, nel suo “Il Libro Nero dei Veterinari”, se, per esempio, in un dato cibo è stata aggiunta troppa vitamina D, vitamina che regola l’assorbimento di calcio e fosforo, si determinerà nell’organismo un’ipercalcemia e cioè una produzione eccessiva di calcio.

A questa produzione eccessiva l’organismo risponde producendo, in quantità troppo elevate, la calcitonina, ossia un ormone che impedisce i normali processi di smaltimento e trasformazione delle sostanze ossee.

Un eccessivo dosaggio di vitamina A, invece, può ridurre drasticamente la formazione di cartilagine.

In definitiva: le ossa non crescono adeguatamente e le cartilagini non si sviluppano come dovrebbero.

Ecco quindi spiegato come un’alimentazione non corretta possa essere anche una delle cause dirette di displasia all’anca o di innumerevoli problemi articolari.

Un sovradosaggio degli additivi non è un’ipotesi poi così remota e sporadica se si considera che i parametri di riferimento al riguardo, oltre ad essere, come detto, molteplici e variabili, fanno anche riferimento agli animali da reddito e sono quindi rapportati alle specifiche necessità degli allevamenti intensivi dove il bestiame deve vivere poco, crescendo però il più in fretta possibile.

Tornando, però, alla giustificazione dell’utilizzo delle alte temperature come processo necessario di sterilizzazione dei prodotti usati e mettendo da parte quanto questa sterilizzazione a volte non sia sufficiente, come nel caso visto delle micotossine che sopravvivono comunque, c’è da ammettere, in effetti, che per alcuni aspetti questa sia la scelta più appropriata.

Spesso ti ho ripetuto, durante questo viaggio, che non c’è limite al peggio e mi sono augurata che tu avessi uno stomaco forte…

Bene, è arrivato il momento decisivo di appurarlo!

Quello che stai per vedere è come vengono trasportate e conservate le carni usate per il mangime di animali domestici prima della lavorazione.

Nello specifico le immagini sono tratte da due articoli di denuncia pubblicati sul sito truthaboutpetfood dell’Avv. Susan Thixton, uno risalente al 16 marzo 2018 ed un altro, invece, del 04 febbraio 2020.

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Fonte: truthaboutpetfood.com

Queste immagini fanno riferimento a degli stabilimenti di centri di riciclo, come la già citata Valley Proteins, anzi il primo dei due articoli riguarda proprio una succursale di questa azienda che, ti ricordo, rivende i propri prodotti alle grandi marche in tutto il mondo proprio per inserirli nel cibo per cani e gatti.

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Fonte: truthaboutpetfood.com

Come vedi si tratta di vagoni tanto pieni di carcasse di animali di ogni tipo al punto di strabordare e imbrattare le strade stesse di sangue. I vagoni non sono coperti da alcun telo protettivo e le carni, che iniziano già a marcire durante il trasporto, una volta depositate, vengono ammassate sul suolo, in mezzo a fango, liquame e sottoposte a qualsiasi intemperia.

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Fonte: truthaboutpetfood.com

Si vedono cavalli morti abbandonati sull’asfalto, si leggono testimonianze delle persone che vivono vicine in cui raccontano di come, nei periodi di produzione, non riescano neppure ad aprire le finestre dall’odore che arriva ed anche di come loro stessi abbiano iniziato ad avere problemi di salute.

Insomma, da queste immagini è chiara le necessità estrema di sterilizzare al massimo quelle materie prime la cui unica reale ed appropriata destinazione sarebbe solo quella del ritiro dal mercato, da qualsiasi mercato.

Materie prime di questo tipo, una volta cotte ad alte temperature, non possono che essere trasformate solamente in farine.

Tutto di quelle marce carcasse viene triturato: zoccoli, cartilagini, peli, pelli ….

Il risultato finale è una mistura priva di ogni tipo di nutriente che, una volta venduta a diverse aziende di pet food, viene unita ad una dose massiccia di cereali, a qualche grasso ed additivo e poi pressata in una matrice a forte pressione, dando vita alla nota crocchetta: il cibo migliore, il più completo, che possiamo garantire ai nostri animali!

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Fonte: truthaboutpetfood.com

I nostri animali, però, non mangerebbero mai spontaneamente un cibo di questo tipo ed è per questo che prima di essere immesse sul mercato, le crocchette vengo arricchite con degli appetizzanti che hanno il solo ed unico scopo di rendere interessante a cane e gatto un alimento che diversamente rifiuterebbero dopo solo un’annusata.

Gli appetizzanti tra l’altro creano delle vere e proprie dipendenze, soprattutto nei gatti con i quali risulta, quindi, più difficile proporre il passaggio ad una dieta più sana.

Lo scenario descritto è talmente scioccante da sembrare paradossale e per questo sorge spontanea la domanda:

Come può funzionare un sistema del genere? Il primo a dimostrarlo è un elettricista!

Le parole chiave sono due: marketing e alleanza stretta con chi, per i proprietari, è da considerarsi l’esperto del settore.

E così è stato sin dalla nascita del pet food e cioè sin dalla seconda metà del 1800 quando James Spratt, elettricista americano, sbarcato a Liverpool, notò come i cani randagi del porto fossero ghiotti degli scarti alimentari gettati dalle navi.

Da lì l’idea: trasformare scarti, abbondantemente reperibili e dal costo zero, in prelibatezze per gli animali domestici.

Fu così che nacque la prima azienda di cibo per cani ed iniziò la prima produzione di una linea di biscotti, la cui specifica filiera produttiva, per precisa volontà di Spratt, non fu mai resa nota.

Quel che è certo è che gli investimenti in termini di produzione dovevano già allora essere molto limitati, considerate le ingenti somme che vennero, invece, destinate a precise manovre pubblicitarie.

Fu proprio allora, infatti, in quell’esatto momento, che vennero messe in atto delle precise operazioni di marketing che sono rimaste poi invariate nel corso degli anni.

Spratt si alleò da subito con gli operatori chiave del settore, gli unici che potevano diffondere in modo autorevole ed efficace il messaggio di quanto il cibo industriale fosse equilibrato, completo, sano oltreché pratico e conveniente.

Investì da subito in massicce operazioni pubblicitarie, coinvolse le riviste del settore, affisse enormi cartelloni dei suoi biscotti nei punti più strategici delle città, come il tetto del grande magazzino di Londra, sponsorizzò eventi legati al mondo canino, soprattutto quelli di esposizione e diventò per tutti, nel giro di poco, il fornitore ufficiale dell’èlite, i gentiluomini inglesi devoti alla caccia.

Fu questione di un attimo e la sua attività si espanse tanto da fondare in America, nel 1870, la prima multinazionale di cibo per cani.

Per la gente divenne sempre più normale ma anche giusto abbandonare una dieta naturale, fatta degli avanzi delle proprie cucine, per una molto più pratica ma anche più sana e completa, come del resto affermavano tutte le persone più autorevoli al riguardo.

Questa dinamica, a distanza di 150 anni, non è cambiata anzi, si è solo perfezionata.

Ancora oggi come allora, le risorse investite nella qualità dei prodotti sono pochissime a differenza di quelle spese, invece, in marketing e pubblicità.

Le aziende, a fronte di una legislazione fatta per la maggior parte di sole raccomandazioni europee, possono lanciare ogni tipo di messaggio senza essere tenute a dimostrare o a dichiarare granché.

Assicurano e parlano di salute e benessere ma nulla dicono sulla qualità degli ingredienti usati e poco dichiarano su quali siano realmente inseriti nei prodotti!

Sono riluttanti nel rendere pubblici i processi di lavorazione e l’intera filiera produttiva.

Facendo ancora una volta riferimento alla puntata di Report, la giornalista non riuscì neppure a farsi mostrare dalle aziende contattate anche solo le materie prime usate.

“Dobbiamo proteggere il segreto delle ricette!” – Sebbene la richiesta riguardasse le sole materie prime utilizzate e non la ricetta-

“Proprio adesso sto rifacendo le cisterne!”

“Mi è bruciato lo stabilimento”

“Produco in Thailandia”

Queste alcune delle risposte ricevute.

Creano e sponsorizzano tipologie di cibo per cani e gatti sempre più nuove, sempre diverse, con destinazioni sempre più specifiche, come quelle per razza, senza però provare se queste specificità abbiano un reale senso ed una reale efficacia.

Insomma, l’unico aspetto di questi cibi ad essere realmente dimostrato e ben dichiarato è l’aumento dei loro costi.

Ancora oggi come allora, l’arma vincente è l’alleanza con gli operatori chiave del settore:

  • i veterinari, soprattutto quelli non specializzati in nutrizione, che quindi per dare delle opportune indicazioni si affidano a ciò che le aziende mangimistiche stesse consigliano, veterinari che a volte diventano anche rivenditori, come in Francia dove addirittura ad alcuni è stata riconosciuta l’esclusiva su determinati prodotti
  • allevatori, i cui contatti spesso appaiono all’interno dei siti di alcune delle marche più conosciute e che offrono a tutti i loro clienti degli starter kit per assicurassi che, da subito, diano al cucciolo quel cibo soltanto
  • fiere, mostre ed eventi di settore che vengono sponsorizzate dai marchi più noti
  • Società scientifiche e associazioni di settore i cui eventi di formazione ed aggiornamento, così come gli studi di ricerca scientifica, sono finanziati da diverse grandi aziende

Il tutto sotto il beneplacito delle normative che, come già detto, non impongono chiarezza e specificità, soprattutto nell’indicazione di tutti gli ingredienti inseriti nel cibo.

Esiste una via di uscita?

A conti fatti il cibo per cani e gatti, nella maggior parte dei casi,

  • non è un cibo sano in termini di freschezza e digeribilità degli ingredienti usati
  • non è un cibo appropriato alle esigenze biologiche di animali carnivori, privilegiando spesso i cereali rispetto alle carni
  • non è neppure un cibo equilibrato e completo: un cibo completo, per essere realmente tale, dovrebbe contenere il 100% di tutti i nutrienti necessari all’organismo.

Tuttavia, come anche in umana, questo avviene attraverso una dieta ben strutturata e variegata e non con l’assunzione di un’unica e sempre uguale tipologia di alimento.

Per questo motivo se davvero desideriamo offrire ai nostri animali il meglio o quantomeno una vita sana, una via d’uscita c’è ed è scegliere una dieta naturale, con prodotti freschi e genuini!

Una dieta casalinga o la BARF, dunque, con però delle accortezze importanti e cioè quelle di:

  • farsi seguire, per lo meno inizialmente, da un veterinario nutrizionista così da essere certi che proteine, fibre e carboidrati siano usati nelle corrette proporzioni
  • gestire e conservare adeguatamente, con le dovute precauzioni, i prodotti acquistati: specie nella BARF la corretta conservazione delle carni è fondamentale.
  • scegliere dei prodotti che siano davvero freschi e genuini perché è vero che il mercato alimentare umano ha sicuramente delle garanzie di qualità maggiori di quelle che abbiamo visto per quello degli animali domestici, tuttavia evitare, per esempio, le carni provenienti dagli allevamenti intensivi è una buona abitudine.

Questo sia per questioni etiche ma anche per questioni di salute: gli antibiotici con cui sono stati cresciuti quegli animali, la qualità del loro mangime, le stesse condizioni di vita a cui sono sottoposti incidono notevolmente sulla qualità del prodotto finale.

Spesso si sente dire, per esempio, che il pollo è una carne che genera allergie ed intolleranze nei cani, anche se dato in una dieta casalinga e non sotto forma di crocchetta.

In realtà nella maggioranza dei casi l’intolleranza nasce non dalla tipologia della carne scelta in sé e per sé ma da ciò con cui quella carne e quindi quell’animale è stato contaminato.

La vera forza, però, del cibo industriale è innegabilmente la sua praticità: questo è, spesso, ciò che più invoglia il proprietario nell’acquisto.

Riuscire a trovare prodotti che siano realmente freschi, dalla provenienza certa, si è fatto davvero difficile anche in ambito umano ed oltretutto, negli ultimi sessant’anni, il nostro stile di vita è profondamente cambiato: i ritmi si sono fatti più rapidi, veloci e siamo sempre alla ricerca di qualcosa che ci permetta di avere il meglio in poco tempo.

È innegabile, poi, che ci siano determinate situazioni, come quando andiamo in vacanza, in cui seguire alla lettera una dieta casalinga o BARF possa risultare più complicato del solito.

Insomma, ci sono molteplici situazioni in cui capisco che il richiamo al cibo pronto si faccia sempre più forte e quasi irresistibile.

Per questo motivo, ti solleverà sapere, alla fine di tutto quanto letto, che esistono delle aziende che lavorano in modo sano ed etico, prendendo le distanze da tutto il terribile scenario descritto e diventando quindi un buon compromesso, una valida alternativa alla dieta naturale.

Queste sono di solito piccole aziende che non si trovano nei grandi centri di distribuzione o nei negozi per animali, che operano in modo diametralmente opposto rispetto a quello visto sino ad ora.

Nello specifico:

  • non investono in modo significativo in marketing e pubblicità, preferendo piuttosto concentrare le energie nella selezione di prodotti di prima qualità
  • la materia prima utilizzata proviene interamente da fornitori locali dove gli animali sono lasciati vivere in libertà, senza l’uso di antibiotici e la terra è coltivata senza additivi o pesticidi, rispettandone semplicemente la stagionalità
  • al fine di preservare intatte le proprietà nutritive degli ingredienti usati, i processi di lavorazione avvengono tutti a freddo o a bassa temperatura
  • utilizzando prodotti naturali di alta qualità e lavorandoli adeguatamente, non hanno la necessità di dover aggiungere alcun additivo di sintesi: proteine, vitamine, minerali restano inalterate nella loro forma originale, garantendo in questo modo anche una loro piena assimilazione da parte dell’organismo
  • non utilizzano conservanti e per questo sono aziende che, di regola, eliminano ogni intermediario tra loro ed il cliente, appoggiandosi al massimo a consulenti formati che sappiano guidare la persona interessata nella scelta: fatto questo, il prodotto viene lavorato e spedito dall’azienda stessa direttamente a casa del cliente

È chiaro come solo un cibo per cani e gatti che abbia queste caratteristiche possa essere una valida alternativa, se pur industriale, ad una dieta casalinga.

L’unica difficoltà, in questi casi, è forse riuscire ad avere la fortuna di conoscere realtà di questo tipo: non utilizzando strumenti di marketing su larga scala, non è infatti così semplice ed immediato.

Ti garantisco, però, che aziende del genere esistono: a riprova di questo, io ne conosco una.

Ricapitolando: il meglio che possiamo offrire è sicuramente una dieta naturale ma se, per qualsiasi ragione, non potessi seguire questa via, un’alternativa c’è, devi solo informarti al meglio.

Informarsi al meglio significa non acquistare promesse ma desiderare di avere tutti gli strumenti per capire autonomamente cosa realmente contiene un cibo già pronto e per farlo, il primo passo è imparare a leggere l’etichetta.

Leggere l’etichetta ti consentirà di avere una visione oggettiva del prodotto.

È l’unica via che ti renderà davvero consapevole e responsabile delle tue scelte.

Saper leggere correttamente un’etichetta è quindi fondamentale e per questo ho creato dei video gratuiti che, sono certa, ti daranno dei semplici ma efficaci strumenti cosicché tu possa fare LA TUA scelta.

Se sei interessato e vuoi subito iniziare, ti basta un CLIC.

Se hai invece domande, scrivimi pure nei commenti o contattami!

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Ludovica Bucci
Educatore Cinofilo e Consulente Alimentare Reico. Autore di Empathy Food.

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